Accesso aperto

Accesso aperto e statuti universitari

(Roberto Delle Donne, coordinatore del Gruppo di lavoro CRUI Open Access)

Da alcuni anni la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane ha riconosciuto l’importanza dell’accesso pieno e aperto alle informazioni e ai dati di interesse generale per la ricerca e per la formazione scientifica, favorendo la libera disseminazione in rete dei risultati delle ricerche condotte in Italia nelle università e nei centri di ricerca.
Nel novembre 2004, la CRUI ha promosso l’adesione delle università italiane alla ”Dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura scientifica”, in occasione della conferenza di Messina sull’Open Access, per accrescere i vantaggi derivanti alla comunità scientifica da forme di pubblicazione ad accesso aperto.

Alla Dichiarazione di Berlino, che sottolinea la necessità di diffondere in internet “conoscenze validate dalla comunità scientifica” e che individua, quindi, nella validazione del sapere un prerequisito indispensabile anche per le nuove modalità di “disseminazione della conoscenza”, hanno finora aderito 71 atenei italiani. All’inizio del 2006, nell’ambito della Commissione biblioteche della CRUI, allora presieduta dal rettore di Padova Vincenzo Milanesi, è stato costituito il gruppo italiano per l’open access , da me coordinato, con il compito di dare attuazione ai principi della Dichiarazione di Berlino.
Successivamente, le attività del gruppo hanno ottenuto totale sostegno dal rettore di Viterbo Marco Mancini, tra i principali promotori dell’accesso aperto in Europa , subentrato nell’ottobre 2009 nella carica di Presidente della Commissione biblioteche della CRUI.

Open Access e Open Archive: intervento del Prof. Marco Mancini, Rettore dell’Università della Tuscia

Il gruppo Open Access ha lavorato e lavora all’elaborazione di linee guida, non solo per diffondere all’interno della comunità accademica la consapevolezza dei vantaggi derivanti dalle pubblicazioni ad accesso aperto, ma anche, e direi soprattutto, per fornire puntuali indicazioni sulle migliori pratiche dell’accesso aperto, cioè sulle modalità di creazione e di gestione di archivi aperti, sulla tipologia dei materiali che dovrebbero essere sottoposti a deposito e sulla realizzazione di riviste elettroniche che siano pienamente interoperabili con gli archivi aperti. Particolare attenzione viene naturalmente dedicata agli standard (anche dei metadati) e ai protocolli da utilizzare: in primo luogo l’OAI-PMH, il protocollo per assicurare la disseminazione e la raccolta dei metadati esposti, quindi l’interoperabilità tra i diversi open archive disciplinari, i repository istituzionali e gli open access journal; ma anche l’uso di particolari formati, come il PDF/A, o di un metalinguaggio di marcatura come l’XML, utile non solo a garantire l’interoperabilità tra i dati presenti nei diversi archivi, ma anche ad accrescere le chance della loro conservazione nel tempo.
 
Tra i principali risultati conseguiti va menzionata la definizione delle procedure di deposito telematico delle tesi di dottorato presso le Biblioteche Nazionali Centrali di Firenze e di Roma, realizzata con procedura di harvesting direttamente dai repository istituzionali dei diversi atenei italiani, nell’ambito del progetto Magazzini digitali.

L’attuazione della cosiddetta Legge Gelmini e la conseguente necessità di rivedere gli Statuti di Ateneo rappresentano per le istituzioni universitarie italiane un’opportunità per richiamare l’accesso aperto alla letteratura scientifica tra i principi generali, considerata ”l’importanza fondamentale che la diffusione universale delle conoscenze scientifiche riveste nella crescita economica e culturale della società”, come recita la Dichiarazione di Messina.  La diffusione delle reti telematiche e l’accesso aperto consentono infatti un’immediata e capillare disseminazione dei risultati delle ricerche scientifiche, rispondendo anche alle esigenze di ampia diffusione e di rapido confronto informato tra “esperti”, maturate da tempo all’interno delle diverse comunità accademiche. Inoltre, l’accesso aperto permette non solo di incrementare la consistenza quantitativa della comunicazione scientifica, ma anche di accrescere considerevolmente la trasparenza delle procedure di ricerca, dal momento che diventano visibili e ripercorribili per il lettore i diversi passaggi e le fasi intermedie del lavoro di ricerca, fino alla pubblicazione finale certificata. In tal modo, sono rese possibili anche nuove forme di misurazione e di valutazione della qualità della ricerca, basate su metriche di nuova generazione, complementari a quelle da tempo in uso in alcuni settori disciplinari.
 
Infine, l’accesso aperto, oltre a potenziare l’impatto citazionale delle singole pubblicazioni e la notorietà dei ricercatori, contribuisce a valorizzare l’immagine dell’ateneo quale centro di produzione scientifica, aumentandone la visibilità e rafforzandone il ruolo nel panorama internazionale, grazie anche alla possibilità di legare le anagrafi della ricerca agli archivi istituzionali e di servirsene per affinare i processi di analisi e di valutazione della ricerca, come ormai sta avvenendo in tutta Europa. D’altronde, molti enti finanziatori, sia pubblici sia privati, come European Research Council, la Commissione Europea, Wellcome Trust, Telethon e il National Institutes of Health, già sollecitano i ricercatori che hanno beneficiato di loro finanziamenti a depositare i risultati delle loro ricerche, entro un limitato arco di tempo, in archivi ad accesso aperto, come dimostra anche il recente Progetto Pilota della Commissione Europea che è alle origini di OpenAIRE .

Tutti gli atenei italiani finanziati nell’ambito del Progetto Pilota sull’Open Access del Settimo Programma Quadro saranno quindi tenuti a prevedere che una copia digitale degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed sia depositata e resa disponibile ad accesso aperto, dopo un embargo compreso tra i 6 e i 12 mesi, nell’archivio dell’istituzione oppure, se l’ateneo ne fosse ancora sprovvisto, in un repository messo a disposizione da OpenAIRE presso il CERN di Ginevra

Sarebbe quindi auspicabile che gli atenei italiani, richiamandosi alla Dichiarazione di Berlino e alle raccomandazioni di European University Association e di European Research Council, procedessero a dare attuazione ai principi dell’accesso aperto con un apposito regolamento, volto a disciplinare una complessa materia che si situa al crocevia di diverse discipline giuridiche: da quella concernente la proprietà intellettuale a quella relativa alla riservatezza e alla protezione dei dati personali; per investire infine anche la legislazione in materia di tutela, accesso e valorizzazione del patrimonio culturale.

Il gruppo Open Access della CRUI, dopo una lunga e approfondita discussione, cui hanno dato un prezioso apporto innanzitutto Roberto Caso, Rosa Maiello, Mauro Guerrini, Antonella De Robbio e Alberto Sdralevich, è arrivato a formulare la seguente bozza di articolo statutario, articolato in due commi, cui gli atenei, nella loro piena autonomia, se lo riterranno, potranno ispirarsi:

1. L’Università di *** fa propri i principi dell’accesso pieno e aperto alla letteratura scientifica e promuove la libera disseminazione in rete dei risultati delle ricerche prodotte in ateneo, per assicurarne la più ampia diffusione possibile.

2. L’Università, con apposito regolamento [da emanare entro centottanta giorni dall’entrata in vigore del presente Statuto], pone la disciplina finalizzata a dare attuazione ai principi dell’accesso pieno e aperto ai dati e ai prodotti della ricerca scientifica, incentivandone il deposito nell’archivio istituzionale e la comunicazione al pubblico, nel rispetto delle leggi concernenti la proprietà intellettuale, la riservatezza e la protezione dei dati personali, nonché la tutela, l’accesso e la valorizzazione del patrimonio culturale.

5 commenti

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  1. carlo penco

    Ma se gli articoli delle riviste peer reviewed sono depositati e open access questo configura un conflitto enorme con le grandi distribuzioni delle riviste on line. Sono curioso di capire come si risolve il problema.
    A meno che per “open access” si intenda rendere disponibili all’interno di una rete di Ateneo i dati delle grosse case di distribuzione.
    Se bastasse aspettare 6-12 mesi e poi rendere tutto disponibile a tutti per sempre, che fine faranno le banche dati di riviste a pagamento?
    E cosa vuol dire rendere disponibile, nel caso in cui NON voglia dire avvalersi dei servizi delle grandi catene di distribuzione a pagamento? Fare un deposito istituzionale degli articoli che peraltro vengono venduti dalla riviste? (sembra questo il suggerimento). La proposta è eccellente, e gira da anni, ma la fattibilità è ancora oscura. Sarebbe utile avere delle indicazioni delle questioni legali a proposito. Certo ho diritto a mettere on line una copia dei miei lavori che non riproduca “esattamente” la copia depositata nella rivista in formato elettronico. Ma come è possibile mettere on line gratuitamente la copia ufficiale dalla rivista, che è a pagamento?

  2. mauro guerrini

    Ottima iniziativa!
    Saluti,
    Mauro Guerrini

  3. Roberto Delle Donne

    Preliminarmente vorrei chiarire che la volontà di favorire la libera disseminazione in rete dei risultati delle ricerche condotte in Italia nelle università e nei centri di ricerca non mira a danneggiare gli interessi commerciali dei ‘grandi’ editori. Essa scaturisce piuttosto dalla consapevolezza dei mutamenti strutturali che hanno investito il circuito commerciale dell’editoria scientifica a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, prima nelle università e nei centri di ricerca degli Stati Uniti, poi, dalla seconda metà degli anni Novanta, anche dell’Europa.
    D’altronde, anche gli editori commerciali di riviste elettroniche perseguono politiche differenziate nei confronti del deposito degli articoli negli archivi istituzionali. Le loro scelte sono censite sul sito Sherpa-Romeo (Publisher copyright policies & self-archiving), curato dall’università di Nottingham: http://www.sherpa.ac.uk/romeo/. Navigando nelle sue pagine è ad esempio possibile sapere che Elsevier, uno dei maggiori editori che commercializza pacchetti di periodici, consente, a determinate condizioni, il deposito ad accesso aperto dei ‘postprint’ degli articoli pubblicati in sue riviste. Comunque, prima di depositare un contributo in un archivio aperto, istituzionale oppure disciplinare che sia, è opportuno verificare che non si siano ceduti all’editore tutti i diritti sull’opera e – se lo si
    fosse fatto – che ne sia possibile la libera distribuzione in rete.
    A riprova del fatto che tra i ‘grandi’ editori commerciali e l’accesso aperto possano persino esserci sinergie, ricordo che Elsevier è tra i partner di SCOAP3, un progetto, in fase di realizzazione presso il CERN di Ginevra, volto a garantire la pubblicazione, liberamente accessibile in rete, delle sette più importanti riviste nel campo della fisica delle alte energie, che raggruppano circa il 75% delle pubblicazioni del settore.
    Le trasformazioni del mercato dell’editoria scientifica intervenute negli ultimi anni inducono quindi anche i ‘grandi’ operatori commerciali internazionali a rivedere le proprie strategie e ad avviare rapidi cambiamenti organizzativi.
    D’altra parte, negli ultimi anni, le biblioteche universitarie e degli enti di ricerca, non disponendo di budget illimitati e non potendo rinunciare all’acquisto, a costi sempre crescenti, dei periodici dei grandi editori commerciali, ritenuti essenziali da moltissimi ricercatori dei settori STM (“Science”, “Technology”, “Medicine”), hanno finito col limitare, se non col cancellare gli acquisti dei prodotti di quell’editoria scientifica commerciale ‘minore’, meno aggressiva dei ‘grandi’ gruppi dominanti per modelli di business, gestionali e tecnologici, nonché più fortemente legata a comunità scientifiche, prevalentemente nazionali o regionali, ritenute meno competitive, nell’attuale sistema internazionale della scienza, per la loro provenienza geografica e culturale, per la loro appartenenza istituzionale e linguistica. Le biblioteche universitarie, trascinate nella spirale del rialzo dei prezzi dei periodici dei ‘grandi’ editori internazionali, sono state anche costrette a ridurre drasticamente gli acquisti delle ‘monografie di ricerca’, il prodotto preminente, nell’ambito delle scienze umane e sociali, per presentare i risultati di un articolato percorso di ricerca.
    Proprio perché consapevoli di tali implicazioni, molti enti finanziatori, sia pubblici sia privati, come European Research Council, la Commissione Europea, Wellcome Trust, Telethon e il National Institutes of Health, sollecitano coloro che hanno ricevuto i loro finanziamenti a pubblicare ad accesso aperto.
    In conclusione, le istituzioni impegnate a promuovere l’accesso aperto (nel mondo sono già più di duecento: http://roarmap.eprints.org/), dalla Max-Planck-Gesellschaft alla CRUI, dalla Harvard Law Faculty all’Istituto Superiore di Sanità di Roma, non sono animate
    dalla volontà di impegnarsi in campagne libertarie o di avventurarsi in spericolate sperimentazioni, quanto piuttosto dall’intendimento di consentire ai propri ricercatori di disporre dei principali contributi scientifici di settore per essere competitivi sul piano nazionale e internazionale, assicurando, al tempo stesso, la più ampia diffusione possibile alle loro pubblicazioni.

  4. sandra di majo

    Condivido l’idea di inserire nei nuovi Statuti un articolo sull’accesso aperto ed il testo proposto. Suggerirei, anche come incoraggiamento ad intraprendere il lavoro, di indicare almeno i punti essenziali che dovrebbero apparire nel relativo Regolamento.
    Grazie comunque per il lavoro.

  5. Roberto Delle Donne

    Grazie delle osservazioni. Il gruppo Open Access della CRUI sta lavorando, da alcune settimane, anche all’elaborazione di linea guida per la redazione dei Regolamenti.

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